MINI CHALLENGE: il racconto della nostra esperienza in gara [PARTE 2]

Terzo posto e podio negati dalla direzione gara

Abbiamo preso parte ad un entusiasmante tappa del trofeo monomarca Mini Challenge. Un week-end indimenticabile per l’agonismo puro e per lo spettacolo in pista, ma anche per tutto “il contorno” che rende ogni appuntamento del campionato un’esperienza tutta da vivere, non solo per i piloti.
MINI CHALLENGE: il racconto della nostra esperienza in gara [PARTE 2]

Se c’è un posto dove il tempo è sempre crudele, con il suo scorrere inesorabile, quello è proprio la pista. Lui, proprio il tempo, che dovrebbe essere una misura con valenza oggettiva, quando si ha a che fare con un nastro d’asfalto delineato da cordoli, perde ogni valenza. Immaginate che la vostra ragazza arrivi all’appuntamento con un ritardo di 7 decimi rispetto all’orario concordato: sarebbe fantastico, una puntualità esagerata. Quegli stessi maledetti 7 decimi però, quando si ha a che fare con la pista, segnano la differenza tra uno “forte” ed uno “discreto”. Andare oltre il secondo, forse, sarebbe meglio pensare di darsi all’ippica.
E così, dopo una qualifica che ha sembrato suggerirci una carriera da fantino, visto il secondo abbondante di ritardo dal poleman della LITE Bagnasco, ci ritroviamo sulla griglia di partenza, pronti per la nostra gara.

IN GARA E’ TUTTA UN’ALTRA STORIA

I minuti che precedono lo start, come prevedibile, sono un turbinio di emozioni incontrollabili, che spaziano dalla paura, all’eccitazione, a scariche di adrenalina che si possono provare solo quando si è stretti nella morsa delle cinture a 5 punti, che ti costringono splendidamente nel fasciantissimo sedile da competizione.
Dopo l’eterno minuto che precede il giro di ricognizione, si parte per il giro di riscaldamento, con l’immancabile zig-zag per scaldare le gomme, fin quasi alla nausea. La partenza del MINI Challenge è lanciata, quindi incolonnati sul rettilineo di partenza, si procede tutti alla stessa velocità, fianco a fianco, fino allo spegnersi del semaforo. Pronti via, succede un po’ di tutto nel giro di pochi istanti. Dalle spalle, arrivano come fulmini le PRO che non hanno concluso gara 1, e che dunque partivano dal fondo. Davanti a me, proprio al Tamburello, si toccano alcune delle vetture di testa, e me ne ritrovo una, esattamente di traverso, proprio davanti. Disastro. Neanche il tempo di realizzare che mi trovo in penultima posizione, ed ecco apparire il cartello “Safety car”. I commissari ci mettono un paio di giri a rimuovere le vetture, ma nel frattempo sorge un altro problema. La vettura che mi precede è una PRO, ma ha evidenti problemi tecnici, perché fatica addirittura tenere il passo della Safety. Alla ripartenza della gara, infatti, la MINI PRO che procede lentamente si sfila sul rettilineo, la sorpasso, e mi lancio nel tentativo disperato di salvare il salvabile, dato che passo sulla linea del traguardo con 5 secondi di distacco dalla ultima delle LITE. Memore degli errori fatti il giorno prima in qualifica, l’obiettivo più realistico – vista la situazione – è innanzitutto quello di migliorare i miei tempi sul giro. E la cosa, sorprendentemente, mi riesce bene, perché il 2’08 netto della qualifica diviene un 2’06.5 di passo gara. Fantastico, finalmente sento di “aver preso in mano” la mia MINI John Cooper Works Challenge LITE, sfruttandola a dovere nei punti dove si fa il tempo. L’ostica Piratella adesso viene con naturalezza, ed il sintomo che la affronto nel modo giusto è lo sconfinamento oltre il cordolo con quasi tutte e quattro le ruote. Lo stesso alle Acque Minerali, dove rispetto alle libere ed alle qualifiche riesco a portare dentro molta più velocità. Ed gioco funziona bene, perché nell’arco di 3 giri riaggancio il concorrente che occupa il 6° posto tra le LITE. E riesco anche a superarlo infondo al rettilineo, sfruttando un po’ di scia e tirando la staccata. Forse in trance agonistica, galvanizzato dai tempi che finalmente sono quelli giusti, riesco addirittura a rimontare fino al terzo posto tra le LITE, che significherebbe podio. Tra l’altro, realizzando anche il best lap in gara di 2’06,08, addirittura di quattro decimi migliore del secondo miglior giro in gara.

LA GIOIA DEL PODIO NEGATA DALLA DIREZIONE GARA


La vista del cartello “ultimo giro” scatena in me un’emozione indescrivibile perché, salvo problemi dell’ultimo istante – nel motorsport mai dire mai – sono vicino all’opportunità più unica che rara di salire, una volta nella vita, sul podio di Imola. Roba che se un veggente mi avesse predetto da bambino, quando giocavo per terra con i miei modellini (altroché Smartphone e Social Network), ne sarei stato a dir poco entusiasta. Sotto la bandiera a scacchi, liberandomi in un urlo di gioia e sfanalando, altrettanto di gioia, i ragazzi di MINI Italia al muretto box, che mi hanno splendidamente e magistralmente seguito per l’intero week end, sono ormai già proiettato lassù, con inno, spumante, e probabile lacrimuccia di gioia. Il sogno, però, si infrange una volta giunti a parco chiuso. In cuor mio, a pieno titolo, mi dirigo sotto al podio, dove però mi vengono riferite testuali parole, che per me sono a dir poco una doccia fredda, anzi, gelida: “Gianluca, hai fatto una gara pazzesca, ma hai 25” di penalità, mi spiace moltissimo”. In un primo momento fatico addirittura a capire cosa posso aver mai combinato. La spiegazione arriva dalla direzione gara: sorpasso, prima della linea del traguardo, al rientro della Safey Car. Una decisione che mi lascia francamente basito, perché ho sì effettuato un sorpasso, ma di una vettura che aveva accusato un problema tecnico, come riconosciuto dallo stesso Alcidi (il pilota alla guida della vettura), il quale mi ha confermato di avere il cambio “bloccato”, motivo per cui procedeva a rilento, facendosi da parte. La spiegazione della direzione gara? Per problema tecnico si intende – a loro dire – quando la vettura si ferma e non procede la gara. Nel mio caso, invece, la MINI PRO che ho sorpassato ha completato il giro “a rilento”, fino a rientrare ai box. Insomma, una giornata che si conclude con sentimenti contrastati. Da un lato, la felicità per una prestazione oltre le aspettative, dall’altra il dispiacere per aver “preso in mano” la macchina troppo tardi, ma soprattuto la rabbia per essere stato privato – a torto o a ragione non l’ho ancora capito – della gioia di salire sul podio. E non un podio qualunque, ma il podio di Imola!

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