Old but Gold Ep.1 – The Italian Job

Il progetto nato dalla matita di Alec Issigonis

Piccola, scattante, inglese. Dopo questi tre suggerimenti la prima cosa che viene subito in mente è la Mini, una delle prime citycar e l'unica in grado di rimanere in produzione per così tanto tempo. Rimanendo sostanzialmente la stessa, ripercorreremo la storia che l'ha portata ad affermarsi nel panorama mondiale sino al 2000 e vedremo che impronta ha lasciato in Italia ancora oggi.

Cari lettori, questo primo capitolo della rubrica “Old but Gold” ho deciso di dedicarlo ad un’auto capace di stare sulle scene per ben 41 anni, aggiornandosi per rimanere al passo coi tempi ma senza mai perdere il suo fascino e soprattutto la sua praticità: sto parlando della Mini.

Un po’ di storia

Siamo nel 1956 e la Crisi di Suez imperversa: l’Egitto si oppone all’occupazione del canale (di Suez) voluto da Francia, Inghilterra ed Israele. «E quindi?» chiederete voi, giustamente. Il vero problema è che già all’epoca ben due terzi del petrolio che giungeva in Europa passava da questo canale, ricoprendo quindi un ruolo chiave nel sostentamento delle attività europee. L’Egitto, per difendersi ed al contempo minacciare, rese inutilizzabile il canale facendo affondare le proprie navi creando uno sbarramento di acciaio, ma la cosa peggiore fu decretare l’embargo nei confronti di Francia ed Inghilterra per quanto riguardava il petrolio. Risultato: prima crisi petrolifera europea dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

God save the Queen

Proprio in Inghilterra si sente maggiormente la crisi e, se si vuole che l’economia non si blocchi completamente, creando un vero disastro, occorre correre ai ripari il più in fretta possibile. La British Motor Company (BMC) che ha aperto da poco la propria attività nel campo dell’automobile si vede minacciata dal fatto che senza petrolio le macchine non possano più girare, significando la fine delle vendite. Occorre così un’auto capace di consumare poco ma al contempo consentire di muoversi nelle città – sempre più in espansione – e magari consentire qualche gita fuoriporta nei weekend agli Inglesi. Leonard Lord, all’epoca al comando della BMC, decise di dare il progetto ad Alec Issigonis, ingegnere di origini greche ma da ormai lungo tempo in terra britannica.

La “Minor”

Issigonis aveva cominciato a lavorare nel campo automobilistico già dal 1936 per conto della MG. Quando nel 1956 imperversò la crisi la BMC richiese il suo aiuto per costruire l’auto per “tutti” e fu qui che l’ingegnere calò l’asso dalla manica, bello e pronto già da un po’ a dirla tutta. Infatti già nel 1944 era nata in lui la voglia di progettare un’auto di piccola cilindrata e grande agevolezza, tanto che 4 anni dopo fu costruita la “Minor” sotto l’egidia MG, ma quando tutto sembrava filare liscio i problemi societari dati dalla fusione con la Austin Motors portarono Issigonis alla Alvis Motors (dove rimarrà fino al 1955) ed il progetto venne letteralmente accantonato. Fino al 1956, appunto, quando poté rispolverare il suo progetto e mostrare al mondo la bontà che si celava dietro ad esso.

«The public don’t know what they want; it’s my job to tell them»

“La gente non sa quello che vuole; è mio compito dirgli di cosa ha bisogno” affermò Issigonis in un’intervista successiva all’uscita della Mini. La presentazione ufficiale di questo progetto (26 Agosto 1959) lo proietterà verso la fama mondiale, tanto da ricevere due importanti premi dalla sua nazione: prima nel 1967 (membro della Royal Society) e poi nel 1969 (Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico). Ma non fu sin dall’inizio tutto “rose e fiori” con la clientela, abituata ad automobili di un certo livello. La vettura di nuova concezione montava un motore da 848 cm3 posto anteriormente e trasversalmente, con il cambio sotto ad esso e la trazione anteriore. Due porte e posto per quattro persone. Ah sì, ed una lunghezza di appena 305 centimetri (tanto per intenderci la Mercedes solo due anni prima aveva lanciato la 300SL “Ali di Gabbiano” della lunghezza di 4,52 metri): nome più azzeccato di così non poteva essere trovato. Le novità non si fermano di certo qui, poiché Issigonis doveva aver organizzato nei minimi dettagli il suo progetto, rimasto latente per parecchio tempo. Le sospensioni a ruote indipendenti con elementi elastici in gomma (anziché l’acciaio delle molle), le ruote da soli 10 pollici e lo sportello del vano bagagli ribaltabile verso il basso furono elementi nuovi nel panorama e contribuivano a rendere ancora più funzionale l’utilitaria. Come anticipato prima, almeno agli albori la Mini non conquistò il pubblico e non tanto per le dimensioni da “scatoletta di tonno” quanto per la qualità dei materiali e di alcuni elementi sottotono (come le cerniere delle porte e le saldature a vista) per i gusti inglesi – dopotutto l’occhio vuole la sua parte. Un assetto rigido ed un volante quasi verticale non la aiutarono di certo a migliorare l’immagine complessiva. Se solo avessero saputo che cinquant’anni dopo la amiamo per questo, oggi vedremmo molte più Mini in giro – e magari meno buche nell’asfalto.

Arrivano i ‘Sixties’, ovvero John Cooper

Uscita sotto due marchi (Austin e Morris) e con due diversi allestimenti (base e De Luxe), già un anno dopo si procedette con la commercializzazione di una ‘passo allungato’ (Countryman) per soddisfare al meglio le famiglie: la prima versione montava intarsi di legno a vista nel posteriore, poi sostituiti dal metallo e basta. Uscì anche una versione a tre volumi, ma ebbe così poco successo che la produzione venne presto chiusa, basti sapere che aveva una calandra più piccola del modello originale e con le bande verticali, mentre dietro aveva ‘acquistato’ la coda. Insomma, dopo due anni il povero Issigonis stava per vedere la sua creazione uccisa per la seconda volta. Finché nel 1961 non arrivò la manna dal cielo, o forse sarebbe più corretto dire dalle piste da corsa. John Newton Cooper, proprietario dell’omonimo Team, aveva vinto per due anni consecutivi (1959 e 1960) il titolo piloti di Formula Uno grazie a Jack Brabham e stava puntando a nuovi canali presso cui espandere il proprio nome. La prima cosa fu giustamente guardare all’interno del proprio paese per vedere se il mercato potesse offrirgli il prodotto perfetto, che lui trovò nella Mini. Nel 1961 uscì così la versione Cooper: motore aumentato a 997 cm3 e due carburatori SU maggiorati garantivano una potenza di 55 cavalli, freni a disco anteriori ed un assetto completamente rivisitato per tirare fuori la sua anima sportiva. Da qui in poi cominciò l’ascesa del fenomeno Mini.

Monte Carlo, mon amour

Una cosa giusta sin da subito attuata dalla BMC fu portare la Mini nel mondo delle corse, più precisamente nei rally. Si fecero esordire quindi sei Mini al Rallye Automobile Monte Carlo nel ’60: alla fine delle prove 4 tagliarono il traguardo ed il migliore piazzamento fu il 23°, non un granché. Anno sabbatico. Poi arrivò la versione Cooper e le cose si fecero più interessanti. Nel 1962 Rauno Aaltanen è secondo nella classifica generale prima del ritiro proprio all’ultima prova, ma il progetto ha preso forma ed occorre soltanto un altro anno prima che la Mini guidata da Aaltanen giunga terza. Paddy Hopkirk si aggiudica finalmente la vittoria del Rally nel ’64 grazie alla Cooper S 1071, migliorata nell’agilità e nella coppia. La storia si ripeterà consecutivamente nel 1965, ’66 (verranno però poi squalificate per irregolarità dei fari) e ’67, l’ultimo canto grazie alla versione S 1275 capace di erogare 77 CV. Anche perché per poterla spodestare ci ha dovuto pensare la Porsche 911, praticamente un Davide contro Golia.

Evoluzione ed espansione

Nel 1967 venne presentata la MK2, versione aggiornata in alcuni particolari a seconda della casa produttrice. La Wolseley Hornet e la Riley Elf furono quelle con maggiori ed importanti aggiornamenti: cerniere delle porte nascoste, impianto di ventilazione migliorato, possibilità di un cambio automatico a 4 rapporti. Queste ultime due avranno tuttavia vita breve, ossia fino al 1969. La terza generazione della Mini (MK3) portò una riunificazione del marchio voluto dalla British Leyland, nuova denominazione della BMC. La versione base riprese le novità delle sopra citate Hornet ed Elf ed in più vennero montate nuove sospensioni, mentre all’interno il quadro strumentazione venne raccolto al centro, in un pannello ovale. Uscì poi la Clubman, la versione station wagon: frontale più squadrato che poco le si addiceva, per essere una Mini, abbinato ad un posteriore tutto tondo fu un abbinamento non proprio equilibrato, la vettura ebbe comunque un discreto successo. Nel 1969 uscì poi il film The Italian Job, ambientato nella città di Torino e con protagoniste tre Mini Cooper: è 36° nella lista dei 100 migliori film inglesi del XX secolo, se non l’avete ancora visto rovistate tra le VHS (anche quelle del vicino di casa se ha più di trent’anni).

Il tramonto

Si susseguiranno poi diverse altre versioni, speciali e non nel corso degli anni, capaci di rendere la Mini un’icona senza tempo. Issigonis nel frattempo stava lottando contro il Parkinson, diagnosticatoli nel 1971, e continuò a fare consulenza nel settore automobilistico fino al 1987. Morirà il 2 Ottobre 1988. Nel 2003 è stato inserito da una speciale giuria nella Hall of Fame dell’Automotive (tra Giovanni Agnelli, Giorgetto Giugiario e Louis Renault per citarne alcuni). L’ultima Mini viene prodotta il 4 Ottobre 2000 nella sua Final Edition, che comprendeva quattro modelli. 5.505.874 il numero totale di Mini vendute in tutte le sue versioni (QUI se siete amanti dei numeri).

Storia della Mini in Italia (tra ieri ed oggi)

Nel nostro paese fu l’allora Innocenti a produrre la Mini su licenza. Rispetto alle sorelle inglesi gli interni erano più accessoriati  e meglio rifiniti, fuori piccoli dettagli le impreziosivano, mentre per la meccanica ci si affidò in parte ad aziende del territorio. Dal 1965 al 1975 la Innocenti produsse le MK1, le MK2 e le MK3 dapprima con motore da 997 cm3 e 55 cavalli per poi arrivare al più grande 1.3 litri da 71 cavalli. Ad oggi cosa rimane del fenomeno Mini in Italia? Probabilmente più di quanto pensiate. In Lombardia c’è un affiatato gruppo di appassionati che si riunisce sotto il nome di ‘Maiali da Corsa’ e la protagonista indiscussa è proprio la Mini, in tutte le sue versioni. Li ho incontrati di persona una domenica, durante uno dei loro corsi di Mini Driving per insegnare a tutti i proprietari a conoscere al meglio la propria vettura e saperla controllare in ogni occasione. La pista scelta è stata un kartodromo, luogo ideale per testare le doti ‘kartistiche’ di questa piccola vettura. La passione per questa automobile li porta a scambiarsi consigli e li unisce, tanto che alcuni di loro hanno portato la famiglia al seguito (e in pista). Nel video qui sopra potrete trovare l’esperienza vissuta in giornata.

Vi ringrazio per essere giunti fino alla conclusione di questo primo episodio, al prossimo mese!

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