BMW, Zipse: “L’Ue con lo stop alle auto termiche rischia di favorire la Cina”
Il CEO di BMW avverte: spingere solo sull’elettrico rischia di aumentare la dipendenza industriale dalla Cina
Oliver Zipse si prepara a lasciare BMW, ma prima dell’uscita di scena ha deciso di rimettere al centro uno dei temi più controversi dell’automotive europeo: il rapporto tra elettrificazione, sovranità industriale e dipendenza dalla Cina. Il manager tedesco, che guiderà il gruppo fino all’assemblea generale del 13 maggio 2026, verrà poi sostituito da Milan Nedeljković, nominato nuovo presidente del consiglio di gestione con effetto dal 14 maggio. Si chiude così una successione pianificata con largo anticipo, al termine di oltre 35 anni di carriera di Zipse dentro BMW.
Oliver Zipse saluta BMW con un messaggio scomodo per Bruxelles
Il punto, però, è che il CEO uscente non ha scelto un congedo silenzioso. Nelle sue ultime dichiarazioni pubbliche ha rilanciato una critica precisa alla linea di Bruxelles, sostenendo che l’“esperimento” dell’Unione Europea di imporre l’elettrificazione non produrrà i risultati sperati, ma rischia addirittura di ottenere l’effetto opposto. Il cuore della sua obiezione è semplice: se l’Europa considera strategicamente pericolosa la dipendenza dalla Cina nella produzione delle batterie, allora diventa difficile giustificare una politica che punta a eliminare gradualmente i motori a combustione interna entro il 2035, spingendo l’intero settore verso una sola tecnologia.
È una posizione che Zipse porta avanti da tempo, ma che oggi assume un peso diverso perché arriva in una fase molto più delicata per l’industria europea. La transizione verso l’auto elettrica è una trasformazione industriale che richiede investimenti enormi, nuove piattaforme, software proprietari, catene di fornitura sicure e accesso stabile alle materie prime. In questo quadro, concentrare tutto su una sola soluzione tecnica significa, per BMW, aumentare l’esposizione dell’Europa verso fornitori esterni, soprattutto asiatici. La critica, dunque, non è contro l’auto elettrica in sé, ma contro la rigidità di una regolazione che rischia di comprimere la libertà industriale dei costruttori europei.
Zipse, in altre parole, continua a difendere il principio della neutralità tecnologica. Per il numero uno di BMW, i costruttori dovrebbero poter scegliere come decarbonizzare: elettrico a batteria, ibrido, combustione ad alta efficienza e, in prospettiva, anche altre soluzioni. Questa impostazione nasce da una convinzione precisa: un’industria forte non può basarsi su una sola catena di approvvigionamento globale, soprattutto quando quella catena è dominata da player non europei.
Non a caso, BMW sta cercando di dare una risposta industriale concreta senza rinunciare alla propria identità europea. Il gruppo ha scelto di trasformare lo storico impianto di Monaco per prepararlo alla Neue Klasse, la nuova generazione di modelli elettrici, invece di spostare altrove il cuore della produzione. La nuova BMW i3 entrerà in produzione di serie proprio lì nella seconda metà del 2026. Per Zipse non è soltanto una decisione tecnica: significa difendere competenze, occupazione qualificata e continuità industriale in uno dei siti simbolo del marchio.

Questo approccio spiega anche perché il manager tedesco rifiuti i toni apocalittici che da mesi accompagnano una parte del dibattito economico in Germania. Nell’intervista alla Süddeutsche Zeitung, Zipse prende le distanze dalla narrativa del declino inevitabile e invita a mostrare più fiducia nella capacità europea di restare competitiva. La sua tesi è che il continente disponga ancora di aziende leader, know-how industriale e capacità d’innovazione sufficienti per reggere la sfida globale. Il problema, semmai, è non compromettere questi vantaggi imponendo una traiettoria unica in un momento di forte instabilità strategica.
Sul tavolo c’è poi un esempio che ha rafforzato molto la sua argomentazione: Northvolt. Per anni la società svedese è stata presentata come la grande speranza europea nel campo delle batterie, la possibile risposta continentale al dominio asiatico. Ma il fallimento arrivato in Svezia il 12 marzo 2025, descritto da Reuters come la fine della migliore speranza europea di costruire un rivale credibile ai grandi gruppi asiatici, ha cambiato la percezione del problema. Per Zipse, il caso Northvolt dimostra quanto sia difficile costruire in tempi rapidi un’industria delle celle davvero scalabile e competitiva senza appoggiarsi anche a partner già consolidati.
È qui che la sua critica alla strategia dell’Ue diventa più tagliente. “Se Bruxelles spinge l’intero mercato verso il 100% elettrico”, sostiene in sostanza il CEO di BMW, “allora deve anche risolvere il problema della dipendenza industriale”. Altrimenti il rischio è duplice: da una parte si accelerano i costruttori verso una tecnologia obbligata, dall’altra si rafforza il peso strategico della Cina lungo la filiera delle batterie. In questo senso, la vera contraddizione denunciata da Zipse non riguarda il clima o l’innovazione, ma la coerenza tra obiettivi ambientali e politica industriale.
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