Ecco perchè il prezzo della benzina sale subito in caso di crisi mentre la discesa è lenta

L'incremento immediato ha riacceso polemiche ormai ricorrenti

Ecco perchè il prezzo della benzina sale subito in caso di crisi mentre la discesa è lenta

A poco più di una settimana dall’inizio della guerra in Medio Oriente, gli effetti sui mercati energetici si sono già trasferiti con rapidità sui consumatori. Il rialzo delle quotazioni del petrolio ha infatti provocato un immediato aumento dei prezzi dei carburanti ai distributori: secondo i principali siti specializzati, la benzina è salita in media di 7 centesimi al litro, mentre il diesel di circa 10. Un incremento che ha riacceso polemiche ormai ricorrenti, sia sulle possibili speculazioni lungo la filiera sia sulla velocità con cui gli aumenti della materia prima arrivano alla pompa.

Ecco il motivo per cui il prezzo delle benzina sale subito ma scende lentamente

Il punto più contestato dai consumatori riguarda proprio questa rapidità. Ogni volta che il prezzo del petrolio sale, il rincaro dei carburanti sembra quasi istantaneo. Quando invece le quotazioni internazionali diminuiscono, i prezzi ai distributori impiegano molto più tempo a scendere. In economia questo fenomeno è noto come trasmissione asimmetrica dei prezzi, ma viene descritto più efficacemente con una metafora diventata celebre: quella del “razzo e piuma”. I prezzi salgono come un razzo, veloci e bruschi; scendono come una piuma, lentamente e con grande ritardo.

Il meccanismo che spiega questa dinamica è, almeno in apparenza, abbastanza semplice. Se aumenta il costo del petrolio, aumenta anche il costo della materia prima necessaria per produrre benzina e diesel. Tuttavia i distributori, nel momento in cui ritoccano i listini, stanno spesso vendendo carburanti raffinati con petrolio acquistato in precedenza, quando le quotazioni erano ancora più basse. In altre parole, il carburante già presente nei depositi o nelle stazioni di servizio non incorpora ancora il nuovo costo del greggio.

Il rincaro alla pompa prima ancora che il nuovo petrolio sia stato effettivamente trasformato in carburante non dipende quindi da una necessità tecnica immediata, ma da una scelta commerciale. Le aziende energetiche tendono ad adeguare subito i prezzi per proteggersi dall’aumento previsto dei costi futuri e dal fatto che, nel frattempo, stanno probabilmente già acquistando nuova materia prima a valori più alti. È una forma di tutela del margine che, dal punto di vista delle imprese, risponde a logiche di mercato, ma che per chi fa rifornimento appare spesso come una forzatura.

Quando il petrolio scende, accade l’opposto. Le imprese non hanno interesse a ridurre subito i prezzi dei carburanti se stanno ancora smaltendo scorte prodotte con quotazioni elevate. Vendere troppo in fretta a prezzi più bassi significherebbe comprimere i margini o addirittura rimetterci. Per questo il calo delle quotazioni internazionali impiega tempo prima di essere visibile per gli automobilisti. Più lungo è stato il periodo di rialzo del petrolio, più lunga tende a essere anche la fase di assorbimento delle scorte costose. A rendere il processo ancora più lento si aggiungono poi i costi di trasporto e distribuzione, anch’essi influenzati dall’aumento generale dei carburanti.

È dentro questo squilibrio che si inseriscono le accuse di “speculazione” che ciclicamente tornano nel dibattito pubblico. Nel breve periodo è abbastanza evidente che le aziende energetiche possano beneficiare di margini maggiori, proprio perché anticipano i rincari rispetto ai costi effettivamente sostenuti sulla merce già in vendita. Nel lungo periodo, però, il quadro si fa più complesso. Molti economisti ritengono infatti che, su orizzonti temporali più estesi, aumenti e ribassi tendano in gran parte a compensarsi, riducendo l’effetto netto del fenomeno.

In Italia, comunque, il problema viene percepito con particolare intensità per una ragione strutturale: il prezzo finale dei carburanti è appesantito da una tassazione molto elevata. Secondo gli ultimi dati del monitoraggio del ministero dell’Ambiente, che ancora non includono gli aumenti degli ultimi giorni, su un litro di benzina il peso fiscale arriva al 58 per cento del prezzo totale. Di questa quota, circa il 40 per cento è rappresentato dalle accise e il 18 per cento dall’IVA.

Le accise sono imposte fisse che gravano su ogni litro venduto e rendono l’Italia uno dei paesi europei con la tassazione più alta sui carburanti: il primo per il diesel e il secondo per la benzina, dietro ai Paesi Bassi. Da anni la politica promette di ridurle, ma nella pratica intervenire è molto difficile. Le accise assicurano infatti allo Stato un gettito rilevante, cui è complicato rinunciare, e rispondono anche a una logica ambientale: scoraggiare il consumo di combustibili fossili, che contribuiscono alle emissioni e al riscaldamento globale.

Anche l’attuale governo, nonostante le promesse del passato, ha finito per aumentarle. Parallelamente ha però alimentato un forte sospetto verso compagnie energetiche e distributori, accusati di speculare a ogni rialzo del petrolio. È accaduto durante la crisi energetica del 2022 e del 2023 e sta succedendo di nuovo oggi, con controlli rafforzati affidati alla Guardia di Finanza per verificare i margini applicati alla pompa.

Nel frattempo esiste anche il meccanismo delle cosiddette accise mobili, pensato per attenuare i rincari eccezionali. Ma lo strumento, così com’è, reagisce troppo lentamente: scatta solo se la media dei prezzi degli ultimi due mesi supera quella dell’anno precedente. Una soglia che lo rende inefficace di fronte a impennate improvvise come quelle di questi giorni. Per questo il governo sta studiando un decreto per modificarne i parametri. Ma, almeno per ora, gli automobilisti devono fare i conti con una dinamica che conoscono fin troppo bene: il petrolio sale e il pieno rincara subito.

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