Stretto di Hormuz, allarme sui carburanti: oltre 1.000 navi ferme e cresce il rischio di rincari per benzina e diesel
Lo stop di centinaia di navi fa crescere l’allarme per l’energia e per i costi di benzina e diesel
La tensione nello Stretto di Hormuz torna a far paura anche a chi, apparentemente, è molto lontano da quell’area. Perché quando si blocca uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo per petrolio e gas, il rischio non resta confinato alle rotte navali o ai mercati finanziari: può arrivare fino ai distributori, con possibili aumenti per benzina e diesel.
La paralisi di petroliere e metaniere nel Golfo riaccende i timori sui prezzi dei carburanti
Secondo Sheila Cameron, amministratrice delegata della Lloyd’s Market Association, nella zona tra Golfo Persico, Golfo di Oman e Stretto di Hormuz ci sarebbero almeno 1.000 navi ferme o fortemente rallentate. Molte trasportano greggio e gas, per un valore complessivo che supera i 25 miliardi di dollari. Un dato che basta da solo a far capire quanto sia delicata la situazione.
Il punto è semplice: dallo Stretto di Hormuz passa una parte enorme dell’energia che alimenta i mercati internazionali. Quando in quell’area il traffico si inceppa, anche senza una chiusura ufficiale, i prezzi cominciano subito a muoversi. Basta che le petroliere restino in attesa, che le compagnie rallentino le partenze o che le assicurazioni diventino più costose per far salire la tensione sul mercato.
Ed è proprio quello che sta succedendo. Il settore marittimo internazionale ha classificato ufficialmente l’area come zona di operazioni belliche. Una decisione che non significa stop totale alla navigazione, ma che rende ogni transito molto più complicato, rischioso e costoso. In queste condizioni, molte compagnie preferiscono aspettare, evitando di esporre navi ed equipaggi a pericoli difficili da valutare.
Il riflesso più immediato riguarda naturalmente il petrolio, ma non solo. Anche il gas e, più in generale, tutta la catena logistica legata all’energia rischiano di subire contraccolpi. Ed è qui che entra in gioco il tema che interessa di più famiglie e automobilisti: il prezzo dei carburanti. Se il greggio diventa più caro o più difficile da trasportare, è facile che benzina e diesel tornino ad aumentare anche in Europa.
A rendere il quadro ancora più instabile c’è stato poi il danneggiamento di una petroliera battente bandiera delle Bahamas vicino al porto iracheno di Khor al Zubair. La nave sarebbe stata colpita da un’esplosione mentre si trovava all’ancora. La dinamica non è ancora del tutto chiara, ma il messaggio per il settore è evidente: il rischio non riguarda solo il passaggio nello stretto, ma anche i punti di sosta e le aree portuali della regione.

Nel frattempo, l’Iran ha smentito di aver chiuso lo Stretto di Hormuz, definendo prive di fondamento le accuse circolate nelle ultime ore. Teheran sostiene di rispettare il diritto internazionale e la libertà di navigazione, ma il clima resta comunque molto teso. In scenari come questo, spesso i mercati reagiscono prima ancora che si verifichi una vera interruzione delle forniture.
È per questo che l’allarme sul possibile aumento dei carburanti non appare affatto esagerato. Non significa che il rincaro sia già inevitabile, ma il rischio esiste e viene seguito con grande attenzione. Se la paralisi delle navi dovesse prolungarsi e se la tensione militare continuasse a salire, gli effetti potrebbero arrivare presto anche alla pompa.
Seguici qui






