Dazi auto Trump: pagano soprattutto la Germania e la Motor Valley
L'allarme in Italia è anche sulla componentistica
Nei giorni scorsi, il presidente americano Donald Trump ha annunciato il rialzo dei dazi sulle auto europee, portando le tariffe al 25%: “Non sta rispettando il nostro accordo commerciale”, aveva scritto l’inquilino della Casa Bianca per giustificare questa decisione. La reazione dell’UE è stata immediata, con la risposta a Trump: “Inaccettabile”. Ma il rischio è un aumento sensibile dei costi per il settore, per chi esporta le proprie vetture negli Stati Uniti.
Chi rischia maggiormente
È la produzione, infatti, il nodo della questione. Il presidente USA ha precisato che i dazi non saranno applicati alle auto e agli autocarri assemblati in stabilimenti americani e, di conseguenza, a pagarne le conseguenze è chi esposta solamente le auto in territorio americano. Non è particolarmente coinvolto il Gruppo Stellantis: è vero che alcune Alfa Romeo e Maserati sono esportate dall’Europa, ma la maggior parte dei modelli in vendita sul mercato americano sono prodotti direttamente negli Stati Uniti o, al massimo, in Messico.
Diversa, invece, la situazione per i marchi di supercar italiani, come Ferrari e Lamborghini, che hanno la produzione nel nostro Paese e sono vendute in buona parte oltreoceano: “Per i costruttori riguarda una parte della Motor Valley – ha spiegato Roberto Vavassori, presidente di Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) – dove si producono Ferrari e Lamborghini, due marchi che hanno ognuno almeno un 20% di esposizione”.
Problemi in vista anche per i marchi tedeschi, in particolare quelli premium. Dal Gruppo Volkswagen con le esportazioni di Porsche e Audi, passando per Mercedes ed arrivando a BMW. Secondo quanto riportato da Milano Finanza, infatti, circa il 13% della produzione nazionale, viene poi esportata negli Stati Uniti. Un salasso che rischia di avere conseguenze pesanti, anche per i clienti, con un aumento dei prezzi di listino oltre ad un cambio di strategie.
Anche i componenti a rischio
Non sono solo le auto in uscita dagli stabilimenti europei, ma anche la componentistica. Anche in questo caso, l’allarme è lanciato da Vavassori: “Noi esportiamo componenti verso i tedeschi che poi a loro volta esportano veicoli completi verso gli Usa. Quantificare in modo attento l’impatto non è facile. A fronte di un saldo di esportazione di componentistica di oltre 5 miliardi, ne inviamo 1,2 miliardi verso la Germania e temo che l’impatto sarà di qualche decina di punti percentuali su quest’ultimo importo. In parte, però, la diminuzione è già avvenuta”.
Un problema importante per la filiera, in un periodo storico già complicato: “Solo sulle auto abbiamo finito una tornata negoziale non da poco e ora si torna da capo – chiude Vavassori – L’alleato ha comportamenti discontinui. È lo stile dell’uomo. Ma va considerato anche che dopo la sentenza della Corte Suprema USA sono partite tantissime richieste di rimborso dei dazi pagati anche per da parte del settore auto, anche da aziende e case auto importanti”.
Un periodo complicato
Questo nuovo problema si inserisce in un periodo storico, come dicevamo, particolarmente difficile per il mercato dell’auto, in Italia ed in Europa. Da ormai sei anni, cioè da quando nel marzo 2020 scoppiò la pandemia, il settore non riesce a trovare stabilità e non ritrova i volumi di vendita della fine dello scorso decennio. Prima appunto le chiusure per il Covid, poi i problemi per la mancanza dei chip e la guerra in Ucraina, nel mezzo di una difficilissima transizione energetica.
I dati di questo inizio 2026 erano stati abbastanza incoraggianti, con un aumento di volumi di circa il 10% rispetto all’anno scorso nel primo quadrimestre, però l’incertezza sulla situazione mondiale rischia di compromettere tutto. La risalita dei costi dei carburanti, per la guerra in corso in Medio Oriente, ora questa nuova minaccia di Trump, oltre ad una situazione finanziaria non florida fanno temere un nuovo passo indietro, con un ritorno sui livelli del 2025.
“Il mercato si muove, ma resta prigioniero della fragilità del contesto: senza un quadro stabile e prevedibile, la domanda si sospende – sono le parole di Roberto Pietrantonio, presidente di UNRAE, commentando i dati di mercato di aprile e parlando delle previsioni per i prossimi mesi dell’anno – Oggi il vero nodo è la fiducia: famiglie e imprese rinviano le decisioni perché il quadro cambia più velocemente delle loro certezze”. E la crisi continua.
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