Amaxofobia: cos’è la paura di guidare e come si può superare
La paura di guidare può limitare autonomia, lavoro e vita quotidiana: riconoscerla è il primo passo per affrontarla
Per molte persone guidare fa parte della normalità. Si sale in auto per andare al lavoro, accompagnare i figli, fare la spesa o partire per qualche giorno fuori città, spesso senza pensarci troppo. L’automobile diventa uno strumento di indipendenza, legato alla possibilità di muoversi liberamente e organizzare la propria giornata senza dover dipendere da altri. Per alcune persone, però, mettersi al volante può provocare un’ansia intensa, che può rendere davvero difficile la vita di tutti i giorni. Questa paura ha un nome: amaxofobia.
La paura di guidare può limitare autonomia, lavoro e vita quotidiana: riconoscerla è il primo passo per affrontarla
Il termine deriva dal greco amaxos, cioè carro, e indica la paura di guidare. Non è semplice prudenza, né quella normale insicurezza che può comparire dopo aver preso la patente o dopo molto tempo senza guidare. L’amaxofobia è una fobia vera e propria, capace di incidere sulle abitudini, sugli spostamenti e sulle scelte personali.
A spiegarlo è il dottor Francesco Vincelli, psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale presso l’Istituto Auxologico Italiano di Milano. “La paura di guidare è una fobia a tutti gli effetti”, ha spiegato. Come accade per altre fobie, può nascere da un episodio vissuto direttamente, come un incidente, un quasi incidente o un momento di forte panico al volante. In altri casi può svilupparsi anche in modo indiretto: il racconto di un’esperienza negativa, una notizia particolarmente impressionante o la paura assorbita da chi ci sta vicino possono bastare per associare la guida a una situazione di pericolo.
L’amaxofobia non è uguale per tutti. La paura può manifestarsi in modi diversi: blocco totale, evitamento di autostrade, gallerie o tangenziali, guida solo su percorsi conosciuti, bisogno di compagnia o disagio con passeggeri a bordo. La paura, infatti, spesso non riguarda solo l’auto. L’amaxofobia riguarda anche ciò che la guida richiede: controllo, decisioni rapide, gestione degli imprevisti e confronto con il traffico. Può intrecciarsi con agorafobia, claustrofobia o attacchi di panico. Chi teme una crisi al volante può evitare del tutto di guidare, per paura di diventare un pericolo.
I sintomi sono quelli tipici dell’ansia: sudorazione, tremori, tachicardia, tensione muscolare, nausea, respiro corto, difficoltà di concentrazione e senso di blocco. In alcuni casi la persona sa bene, razionalmente, che quel tragitto non è davvero pericoloso. Eppure il corpo reagisce come se fosse davanti a una minaccia immediata, rendendo anche pochi chilometri difficili da affrontare.
Le conseguenze possono pesare molto sulla quotidianità. Chi soffre di amaxofobia può rinunciare a opportunità di lavoro, evitare viaggi, dipendere da familiari o amici per gli spostamenti e organizzare la propria giornata in base ai mezzi pubblici. Anche una visita medica, una commissione o un appuntamento possono diventare complicati. Il problema è che evitare di guidare dà sollievo nell’immediato, ma tende a rafforzare la fobia. Se si smette di salire al volante, non si ha più la possibilità di scoprire che, con il giusto supporto, quella situazione può essere affrontata. Così la paura resta intatta e, spesso, cresce.
Per questo gli esperti invitano a non minimizzare. Frasi come “basta provarci” o “devi solo farti coraggio” raramente aiutano. Quando la paura diventa invalidante, è importante rivolgersi a un professionista. La terapia cognitivo-comportamentale è tra gli approcci più utilizzati: lavora sui pensieri legati al pericolo, sulle reazioni fisiche dell’ansia e su un ritorno graduale alla guida.
Il percorso può partire da tecniche di respirazione e rilassamento, per poi procedere poco alla volta: sedersi in auto da fermi, accendere il motore, percorrere pochi metri in un luogo tranquillo, affrontare strade conosciute e poi situazioni più complesse. In alcuni casi possono essere utili anche simulatori di guida o strumenti di realtà virtuale. Secondo Vincelli, percorsi ben strutturati possono portare risultati importanti anche in pochi mesi. Nella fase finale, quando la persona si sente pronta, può arrivare il ritorno alla guida vera e propria, talvolta accompagnata dallo psicoterapeuta.
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